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Stranger Than Heaven e il racconto del Novecento giapponese

Stranger Than Heaven punta a essere il progetto definitivo di RGG Studio

Stranger Than Heaven aveva già catturato la mia curiosità al momento della presentazione iniziale. Ma dopo l’ultimo showcase organizzato da SEGA e Ryu Ga Gotoku Studio, il titolo è rapidamente balzato in cima alla lista dei miei giochi più attesi del 2026.

Non soltanto per il fascino della sua estetica noir o per il cast internazionale che include figure come Snoop Dogg, Ado e Tori Kelly. Quello che colpisce davvero è l’ambizione narrativa e storica che sembra muovere l’intero progetto.

Perché Stranger Than Heaven non sembra voler raccontare soltanto una storia criminale. Sembra voler raccontare il Giappone.

Un viaggio attraverso mezzo secolo di trasformazioni

La struttura narrativa scelta da RGG Studio è probabilmente l’elemento più affascinante dell’intera produzione. La storia attraverserà infatti cinque differenti epoche storiche, ognuna ambientata in città profondamente legate al contesto sociale, economico e culturale del proprio tempo.

Dalla Kokura industriale del 1915 fino alla Shinjuku del 1965, Stranger Than Heaven sembra voler seguire la trasformazione del Giappone moderno attraverso guerre, ricostruzioni, crescita economica e mutazioni urbane.

Non si tratta semplicemente di cambiare ambientazione tra un capitolo e l’altro. Ogni periodo storico implica architetture differenti, linguaggi diversi, nuove tensioni sociali e una precisa identità culturale da ricostruire.

La Kokura dominata dalle fonderie industriali racconta un Giappone ancora immerso nella modernizzazione pesante dell’era Meiji. Kure nel 1929 porta invece il peso del militarismo navale e dell’ascesa delle organizzazioni criminali nei porti strategici del paese. Minami nel 1943 riflette un mondo ormai consumato dalla guerra, mentre Atami nel dopoguerra diventa il simbolo di un paese che prova disperatamente a ritrovare serenità e normalità.

E poi c’è Shinjuku nel 1965. Caotica, sporca, imprevedibile, viva. Quella che abbiamo imparato ad amare con i capitoli regolari di Yakuza.

Quasi il manifesto perfetto del Giappone che sta entrando nella modernità urbana contemporanea.

L’eredità di Shenmue e il valore della memoria urbana

La sensazione è che Stranger Than Heaven voglia evolvere ulteriormente quella filosofia narrativa che in passato aveva reso Shenmue un’opera così speciale.

Non tanto nella struttura ludica, quanto nell’idea di città come spazio vivo, storico e culturale.

I giochi di Yu Suzuki riuscivano a trasformare Yokosuka in un luogo credibile perché ogni strada, negozio e abitante contribuiva a raccontare un preciso momento storico del Giappone di fine anni ’80. Qui però la scala sembra enormemente più ambiziosa.

RGG Studio non vuole fotografare un singolo momento storico. Vuole attraversarne cinque. Vuole mostrare come cambia il paese, come cambiano le persone e persino come cambia il concetto stesso di criminalità organizzata nel corso dei decenni. Una sorta di cronaca del Novecento giapponese.

Le influenze del cinema giapponese

La presenza di Bunta Sugawara all’interno del progetto è probabilmente la dichiarazione d’intenti più importante dell’intero showcase.

Sugawara rappresenta una precisa epoca del cinema yakuza giapponese: quella sporca, violenta, malinconica e profondamente disillusa degli anni Settanta. Un cinema lontanissimo dall’estetica glamour del gangster moderno, più interessato alla sopravvivenza dei disperati che alla mitologia criminale.

Il fatto che RGG Studio abbia collaborato con Toei Company e con la famiglia dell’attore per ricrearlo in CGI attraverso materiali d’archivio sembra quasi un atto di preservazione culturale.

E tutto questo si collega perfettamente all’atmosfera che il gioco sembra voler costruire: una lunga odissea criminale e umana attraverso le contraddizioni del Giappone del ventesimo secolo.

In alcuni momenti è impossibile non pensare alla filmografia di Akira Kurosawa, soprattutto nella capacità di usare il contesto storico per parlare di identità, sopravvivenza e trasformazione sociale.

Considerazioni finali

Ed è proprio questa ambizione a rendere Stranger Than Heaven così interessante.

Perché sarebbe stato molto più semplice realizzare l’ennesima variazione della formula di Like a Dragon. Un’altra storia criminale ambientata in una città contemporanea, costruita attorno a dinamiche ormai consolidate.

Qui invece c’è la sensazione di trovarsi davanti a un progetto molto più autoriale.

Un’opera che prova a usare il videogioco per raccontare la memoria storica di un paese attraverso le sue città, i suoi criminali, i suoi lavoratori e le sue trasformazioni urbane.

Naturalmente resta da capire se RGG Studio riuscirà davvero a sostenere un’ambizione di questa portata. Ricostruire mezzo secolo di evoluzione culturale e architettonica è un’impresa enorme anche per team ben più grandi.

Stranger Than Heaven però, non sembra un semplice prequel di Yakuza. Sembra il tentativo di raccontare il Novecento giapponese attraverso il linguaggio videoludico. E questo basta e avanza a renderla una produzione da tenere assolutamente d’occhio, in virtù del talento che caratterizza le penne del celebre studio nipponico.