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Realm of Ink – Recensione

Quando Hades incontra  il folclore cinese. Ecco la recensione di Realm of Ink

  • Titolo: Realm of Ink
  • Sviluppatore: Leap Studio
  • Publisher: 4Divinity
  • Uscita: 26 maggio 2026
  • Disponibile su: PC, PS5, Xbox Series X|S, Nintendo Switch

Al giorno d’oggi è difficile cercare di reinventare la ruota di un genere. Ci sono roguelite che si limitano a inseguire le mode del momento e altri che provano a ritagliarsi uno spazio attraverso una forte identità estetica. Realm of Ink – sviluppato da Leap Studio e Maple Leaf Studio, appartiene senza dubbio alla seconda categoria: un action frenetico che fonde l’immaginario della pittura a inchiostro orientale con una struttura ormai ben consolidata che non prova neanche a nascondere la sua ispirazione ad Hades. La domanda, però, è sempre la stessa: basta uno stile artistico affascinante per emergere in un panorama ormai affollato di ottimi esponenti del genere?

Hades incontra il folclore orientale

È impossibile avvicinarsi a Realm of Ink senza pensare a Hades. Non tanto per l’ambientazione o la narrativa, quanto per il modo in cui il gioco costruisce la progressione: run rapide, un hub centrale dove investire le risorse ottenute e una storia che continua ad avanzare anche dopo ogni sconfitta, con gli NPC pronti a fornire nuovi dialoghi e informazioni sul mondo, con un compendio di storie e aneddoti che prendono lentamente forma avanzando con le run.

Il titolo di Leap Studio, tuttavia, prova a ritagliarsi una propria identità affidandosi a un’estetica ispirata alla pittura a inchiostro orientale e a una premessa metanarrativa intrigante, che vede Red (la protagonista) prendere coscienza di essere un personaggio di fantasia e tentare di sfuggire alle pagine del libro che la imprigiona.

Se il combat richiama la frenesia di Hades, lo fa con un sistema di personalizzazione differente. Il fulcro dell’esperienza sono le Ink Gem, equipaggiabili in coppia (oppure sostituibili da una rarissima Gemma Primordiale), che determinano abilità attive, bonus passivi e la forma di Momo, il compagno d’inchiostro che combatte al fianco della protagonista. Le numerose combinazioni tra elementi e potenziamenti offrono un buon margine di sperimentazione, pur senza raggiungere la profondità delle sinergie tra Doni olimpici e armi del titolo di Supergiant.

Anche la progressione tra una partita e l’altra prende una strada diversa. Alla Fox Inn è possibile potenziare Red, approfondire i dialoghi con i comprimari e soprattutto sbloccare le “skin” di antichi guerrieri, ciascuna dotata di uno stile di combattimento specifico. Invece di scegliere semplicemente un’arma, come accade in Hades, qui si cambia letteralmente approccio al combattimento, passando da build orientate al corpo a corpo ad altre focalizzate sugli attacchi a distanza o sul potenziamento delle Ink Gem e di Momo.

È proprio sul fronte del bilanciamento che Realm of Ink mostra la sua principale contraddizione. Da un lato abbraccia tutti gli elementi che hanno reso celebri i grandi roguelite: build sempre diverse, sinergie da ricercare, difficoltà scalabili e una progressione pensata per premiare la conoscenza del sistema. Dall’altro, però, concede al giocatore un accumulo di potenziamenti così generoso da spezzare rapidamente quella tensione che rappresenta il cuore del genere. Curios ed Elixir possono trasformare Red in una forza inarrestabile già dopo poche stanze, fino al punto di annientare boss e orde di nemici in pochi secondi e non sorprende che siano presenti addirittura degli Achievement dedicati alla sconfitta dei boss in no damage. Che sulle prime potrebbe sembrare impossibile, ma con una serie di power up giusti si possono raggiungere delle sessioni di gioco in cui Red rischia di essere quasi immortale.

Il problema non è tanto la possibilità di sentirsi potenti – una ricompensa che fa parte del DNA dei roguelite – quanto la frequenza con cui ciò accade. In titoli come Hades, il senso di dominio è il risultato di una profonda comprensione delle meccaniche e di una build costruita con attenzione; in Realm of Ink, invece, la sensazione è che basti una run particolarmente fortunata perché la curva di difficoltà collassi. Questo crea quello mi sento di definire una sorta di cortocircuito identitario: il gioco adotta la struttura e i rituali del roguelite, ma rinuncia a quella costante pressione che rende ogni scelta significativa e ogni vittoria realmente conquistata. Non è necessariamente un difetto per chi cerca un’esperienza più rilassata, ma rischia di lasciare la sensazione che Realm of Ink insegua un pubblico che ha sempre guardato ai roguelite con diffidenza, invece di parlare a chi ne apprezza la filosofia.

Un piccolo gioiello artistico, ma con qualche problema di ottimizzazione

Dal punto di vista audiovisivo, invece, Leap Studio centra il bersaglio. L’estetica ispirata all’arte tradizionale dell’Asia orientale dona al gioco una personalità ben riconoscibile, supportata da un comparto sonoro elegante e da un combat fluido, seppur con qualche occasionale calo di frame nelle situazioni più affollate. Nel mio caso infatti, ho giocato l’intera esperienza su Steam Deck, dove grazie a un codice che originariamente mi era stato fornito nel periodo dell’early access, per poi essere convertito alla 1.0. Di conseguenza ho vissuto diverse fasi dello sviluppo, così come la progressiva ottimizzazione raggiunta sulla piattaforma ibrida di Valve.

Il gioco mantiene generalmente una buona fluidità che punta ai 60 fotogrammi, anche se nelle situazioni più caotiche, quando effetti, nemici e abilità riempiono lo schermo, possono verificarsi alcuni cali di prestazioni che possono portare a oscillazioni estremi che scendono fino ai 30 fps.

Nulla che comprometta realmente l’esperienza, ma è un aspetto da tenere in considerazione, soprattutto perché un roguelite basato sulla precisione dei movimenti e sulla lettura degli attacchi nemici beneficia enormemente di un frame rate stabile. Con qualche compromesso nelle impostazioni grafiche, Realm of Ink rimane comunque una delle esperienze più naturali da affrontare su Steam Deck, dove la struttura “una run alla volta” valorizza ancora di più il ritmo immediato del titolo. Ma è un discorso questo, che potrebbe applicarsi a qualsiasi esponente del genere.

Commento finale

Realm of Ink è un roguelite che sceglie una strada diversa rispetto ai suoi modelli di riferimento, puntando più sull’accessibilità e sulla costruzione di build spettacolari che sulla sfida pura. La sua estetica raffinata, l’atmosfera ispirata alla pittura orientale e un sistema di combattimento solido gli permettono di distinguersi in un genere ormai affollato, mentre la varietà delle configurazioni garantisce comunque una buona dose di sperimentazione.

Allo stesso tempo, la scelta di una curva di difficoltà molto permissiva rappresenta il suo limite più evidente. Nel tentativo di rendere l’esperienza più accogliente anche per chi ha sempre guardato con diffidenza ai roguelite più impegnativi, il gioco finisce per sacrificare parte di quella tensione e di quel senso di conquista che rendono il genere così appagante.

Il risultato è un titolo piacevole, curato e capace di intrattenere, ma che sembra più interessato a convincere nuovi giocatori ad avvicinarsi al genere che a soddisfare chi nei roguelite cerca una sfida da padroneggiare. Di sicuro è adatto per chi vuole scoprire questa formula senza dover affrontare una curva di apprendimento particolarmente severa.

VOTO: 7.0