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gen ATLAS e l’eredità dei mecha giapponesi: da Gundam a Evangelion

Fumito Ueda sintetizza oltre 50 anni d’immaginario robotico giapponese in gen ATLAS

Quando Fumito Ueda ha presentato gen ATLAS durante il Summer Game Fest, molti hanno notato immediatamente la presenza di enormi robot, ambientazioni fantascientifiche e persino armi da fuoco. Elementi apparentemente lontani dall’immaginario che ha reso celebre il creatore di Ico, Shadow of the Colossus e The Last Guardian.

Eppure, osservando attentamente il trailer e le recenti dichiarazioni del game designer giapponese, emerge una realtà differente. gen Atlas non sembra rappresentare una rottura con il passato, bensì l’evoluzione naturale di temi che Ueda esplora da oltre vent’anni. La vera novità è che questa volta tali idee si intrecciano con una delle tradizioni più importanti della cultura pop giapponese: quella dei mecha.

I giganti di Ueda diventano macchine

Durante un’intervista concessa a VGC, Ueda ha spiegato che l’idea dei robot giganti è stata il punto di partenza dell’intero progetto.

Prima ancora di immaginare il mondo, la storia o l’ambientazione fantascientifica, il direttore aveva già deciso che il gioco avrebbe ruotato attorno a gigantesche macchine.

Si tratta di una dichiarazione estremamente significativa. Un punto di rottura rispetto ai lavori passati dell’autore, ma ugualmente in linea con i suoi canovacci.

Fin dagli esordi, l’autore ha costruito le proprie opere attorno al rapporto tra esseri umani e figure monumentali. I castelli di Ico, i colossi di Shadow of the Colossus e la creatura Trico di The Last Guardian sono tutti esempi della stessa fascinazione per il gigantesco, per ciò che trascende la scala umana.

In quest’ottica, i robot di gen ATLAS non sono una deviazione dal percorso di Ueda. Sono semplicemente la nuova incarnazione dei suoi giganti.

Il realismo di Gundam e la guerra

Uno degli aspetti più interessanti del trailer riguarda il modo in cui i robot vengono rappresentati.

Non appaiono come eroi invincibili in stile Mazinger Z o Getter Robo. Al contrario, sembrano enormi relitti disseminati in un mondo ormai decaduto. Questa scelta avvicina Gen Atlas alla tradizione inaugurata da Mobile Suit Gundam nel 1979.

L’opera di Yoshiyuki Tomino rivoluzionò il genere robotico trasformando i mecha da supereroi meccanici a strumenti di guerra inseriti in contesti politici, sociali e storici complessi. I Mobile Suit non erano più simboli di speranza, ma macchine destinate a deteriorarsi, essere distrutte e infine diventare reperti di epoche passate.

In particolare, alcune immagini del trailer ricordano l’atmosfera di Turn A Gundam, serie in cui le tecnologie di civiltà scomparse vengono riscoperte come reliquie archeologiche. Lo stesso concetto sembra essere al centro di Gen Atlas: un mondo costruito sopra le vestigia di una civiltà tecnologicamente avanzata ormai perduta.

Le strutture colossali disseminate nelle pianure e i giganteschi robot abbandonati evocano l’idea di un passato glorioso ormai ridotto a rovine.

L’ombra di VOTOMS e del realismo meccanico

Tra le influenze più evidenti potrebbe esserci anche Armored Trooper VOTOMS.

La serie diretta da Ryosuke Takahashi nel 1983 rappresenta uno dei punti più estremi della filosofia Real Robot. I suoi mecha non sono icone eroiche ma strumenti industriali, quasi consumabili, inseriti in ambientazioni sporche, decadenti e profondamente segnate dalla guerra.

Molte delle superfici metalliche, delle strutture arrugginite e dei paesaggi desertici mostrati in gen ATLAS sembrano condividere proprio questa sensibilità.

Anche il protagonista visto nel trailer, piccolo e vulnerabile rispetto all’ambiente circostante, richiama la tradizione di opere in cui l’essere umano appare insignificante di fronte alle macchine e alle infrastrutture che lo circondano. Anche questa, è una prospettiva che si sposa perfettamente con la poetica di Ueda.

Evangelion e il mistero delle civiltà scomparse

Esiste poi un altro riferimento che potrebbe risultare meno immediato ma altrettanto importante: Neon Genesis Evangelion.

Come nelle opere di Hideaki Anno, anche in gen Atlas sembra esserci una realtà più grande nascosta dietro ciò che il giocatore vede. Le gigantesche costruzioni sparse per il pianeta non appaiono semplicemente come scenari, ma suggeriscono una storia. Un passato dimenticato di vecchie civiltà, fatto di suggestioni visive.

Ueda ha sempre privilegiato una narrazione indiretta, affidata all’osservazione e all’interpretazione. Shadow of the Colossus raccontava gran parte del proprio universo attraverso architetture, simboli e dettagli ambientali. Evangelion adottava una strategia simile, lasciando che il pubblico ricostruisse autonomamente il significato di molti elementi.

Xenogears e la malinconia della fantascienza giapponese

Tra i videogiochi, il paragone più affascinante potrebbe essere quello con Xenogears.

Il capolavoro di Tetsuya Takahashi combinava mecha giganteschi, civiltà perdute, simbolismo religioso e riflessioni esistenziali in un mondo dominato dalle tracce di un passato dimenticato.

Le immagini di gen ATLAS trasmettono una sensazione sorprendentemente simile. Il mecha sembra rappresentare una chiave per comprendere il mondo, accedere a nuove aree e svelare verità nascoste che potrebbero ampliare la storia del mondo. Vi ricorda qualcosa?

La malinconia che permea il trailer richiama proprio quella particolare sensibilità della fantascienza giapponese degli anni Novanta, in cui il progresso tecnologico viene osservato con meraviglia ma anche con una certa tristezza.

Considerazioni finali

La domanda più interessante è forse un’altra: gen Atlas può essere considerato un vero gioco mecha? La risposta, probabilmente sta nel mezzo.

Nonostante i robot giganti sembrano occupare un ruolo centrale nell’esperienza e nell’immaginario del gioco, la sensibilità dell’autore potrebbe suggerire l’interesse verso il valore evocativo, la loro capacità di suscitare stupore, mistero e il senso d’impotenza dell’essere umano verso la loro scala imponente.

Per questo motivo gen ATLAS potrebbe rivelarsi uno dei più affascinanti omaggi alla tradizione robotica giapponese degli ultimi anni: non un semplice gioco di mecha, ma un’opera che assorbe decenni di influenze reinterpretate attraverso la sensibilità unica di uno degli autori più influenti della storia dei videogiochi.